I write poetry about my everyday life. Here I share a small sample of my poems, grouped under various themes: BEING A MIGRANT, PERFORMANCE, IN-FATUATION, ACCIDENTS, POWER STRUGGLES, MOTHERHOOD.

While the poems are all in Italian, my first language, the categories are in English, my second language. This is an example of translanguaging in creative writing.

Translanguaging is a common practice in bilingual individuals. For more on translanguaging in qualitative research, check out The Bilingual Reflective Practitioner.

BEING A MIGRANT

Trasloco intercontinentale
mi hai smembrato tutte le certezze
arroccate fra le costole e lo sterno

Nuove identità
da regina del sub-tropicale
a emigrante in terra smeralda

Incertezza
aspra ed eccitante
del ricominciare ancora da zero

Mettere in discussione tutto
dalla pronuncia delle vocali
a come si chiude una serratura

Raccapezzarsi
estro, ingegno
e scompensi ormonali

Barcamenarsi nel vento
fra imbuti di solitudine
dubbi, euforia, caparbietà

Uscire anche se piove,
appellarsi all’ombrello interiore
foderato di tenacia impermeabile

Ridere delle proprie miserie
che tanto miserie
poi forse non sono

Ritrovare nuove certezze
dopo il SI e il MI non c’è il semitono
fra lo sterno e le costole batte ancora qualcosa.

Io sono un tombino
a metà fra due strade
ascolto silenziosa
i passi della gente

Tombino rasoterra
opaco, arrugginito
mi faccio una doccia
di suole consumate

Tombino urbano
filtro pioggia
cenere e sangue
contaminato

Raccolgo sospiri
bestemmie
e sussulti
da caviglie trasparenti

A metà
fra
due
strade

Sospettando a volte
di non appartenere
né all’una
né all’altra.

Malpensa-Centrale
io, la borsa, una valigia
e due bagagli a mano

Il primo impatto
disarmante
mi scompiglia l’animo

Un pugno
di pugni
nella pancia

Osservo la città
che sfreccia alta
dal Malpensa shuttle

[commozione da rientro]

Tutto è nella pancia
ho le strade nella pancia
lo stomaco è commosso

Milano:
avevo forse bisogno
del tuo grigio colorato?

Un grigio esagonale
nostalgia ritrovata
spiazzante, completa

Le macchine nervose
s’intrecciano nell’asfalto
entrandomi nei capillari

Appartenenza urbana

Mi commuovono
questi alberi spenti
pieni di orgoglio stanco

La circonvallazione
matrona sonnambula
mi riaccompagna a casa.

Goccioline vive
strillano
dal finestrino

Mi nascondo
sotto mille cinture
di insicurezza

Immersa
nel mio mondo
di annunci al caffé

Mi sciolgo nella pace
che mi scorre
dentro

Poi d’improvviso
mi strappano via
dal cielo

Aeroporti vuoti
spaesamento
ammaestrato

Non sentirsi
né vicini
né lontani.

Quercia del XXIV maggio
corre voce che tu sia
l’albero più grande di Milano

O almeno così disse
un vecchio passeggero
anni fa, su qualche tram

Da allora io sempre ti guardo
con una sorta di rispetto
anziano

Ti ammiro, sei un paradosso:
enorme, ma quasi scompari
fra i navigli, la piazza, l’incrocio

Le tue radici s’insidiano
nell’asfalto ticinese
arrivando fino alle mie viscere

Milano ti circonda
e tu le dai la vita
austero gigante silenzioso

In mezzo alla città sorvegli
il flusso dei pedoni
che vaneggia

Ragazzi che straparlano
clochard che dormono
i ciclisti che sfrecciano

Le automobili t’avvelenano
piano
senza nemmeno un saluto

Chi non ti sa cercare
ti passerà sempre davanti
e mai ti troverà

Vecchio amico affranto
generoso, fiero
padre mio

Quando ti passo davanti
ti guardo attenta
e poi di nuovo scappo

Scusami
corro sempre
ma certo tu lo sai:

Meglio un inchino fugace
Che un lungo soggiorno
Indifferente.

Sola in una camera abbagliante
di un ostello sporco e superaffollato
circondata da un puttanaio di pori sudati

Mi arrivano risate acute sgargianti
giovani scozzesi traboccanti di birra
scaltri brasiliani con le verze voraci

Inglesine languide e schiamazzanti
panzoni romani che sognano notti di fuoco
eiaculatori precoci con le fobie all’occhiello

Intanto in questa stanza vuotissima
la luce al neon mi rischiara la solitudine
mi estranio dai rumori del carnaio triste

Solo Piazzolla mi conforta piano
compositore delle mie solitudini
balsamo per i miei timpani stanchi

L’odore della paura è acido
e non importa quante volte ti lavi le ascelle
non se ne va via facilmente

Per fortuna che la musica
è più forte della paura
e della solitudine dolciastra

Ma intanto i brasiliani se ne fottono,
offrono birre alle inglesine sguaiate,
e i panzoni romani muoiono d’invidia

Mentre io osservo, come sempre,
in equilibrio fra le mie locure,
nascosta dentro un tango notturno.

1. Passaporto

Con che parole elogiare
il Passaporto,
grande documento marrone scuro
che mi ha reso libera dalle catene psicologiche

Mi ha aperto nuove frontiere
verso mondi dove quando passi sulle strisce
le macchine si fermano per davvero
e l’acqua del cesso gira al contrario.

2. Documento AIRE

Ed eccoci dopo poco
con l’allegato numero 2:
brioso, frizzante, vivace
modello unico per la sua formalità giocosa.

Notate la scansione perfetta
e la puerilità della firma,
come una cascata di castagne
in un bosco arido e rugoso.

3. Dati anagrafici

Arriva anche l’allegato 3
più noioso, forse,
ma ricco di informazioni
come un’anguria piena di semini
non per questo cattiva.

4. Delega

Esemplare classico, singolare
eseguito dai funzionari del Consolato
che con tipica fattezza italiana
ci hanno messo più di un’ora
per produrre questa cacatina pomposa.

4. Richiesta Penale Generale

Documento puntiglioso,
tipo una zanzara ispida
che da mesi ti punzecchia il volante
senza trovare traccia alcuna di sangue
ubriaca di noia e di benzina.

5. Richiesta carichi pendenti

Ultimo in coda,
meno eloquente
la formalità arrugginita
dei carichi pendenti

Moscerino scettico
rimasto intrappolato
nel cofano di un vigile urbano
incerto, forse un po’ deluso.

Calabrese accartocciato nelle viscere
il comasco arroccato fra le costole
milanese evaporata oltreoceano

Ricordo suoni perduti
cadenze lontane
gesti in apnea

Immobile, per proteggere le mie ferite
dalle consonanti taglienti
di un bisturi polacco

Immobile, ma a volte uscivano
allo scoperto
maldestri e bianchi

Un gesto furtivo
una vocale brillante
una ERRE ruffiana

Aloni sonori che non si cancellano
Né con lo smacchiatore
Né col tempo

Attendevano puntuali
uno spiraglio di bianco
per sfilare le puntine dalle mie caviglie

Io e il mio italiano:
che sia giunta forse
l’ora

Di reclamare all’unisono
un microfono, la scrittura
e l’anima?

IN-FATUATION

Seminario di filosofia
qualche unghia rosicchiata
studenti che bisbigliano

Il prof filosofeggia
pacato, composto
con sobria passione

Il primo fremito sessuale
che attraversò Adamo
quando fissò Eva

Nuda, lasciva
gustarsi il succo
della mela proibita

Pausa inaspettata
penne che oscillano
Il prof si schiarisce la voce

… è la carne dell’ uomo
che desidera assimilarsi
alla carne del mondo

Mi guardo intorno:
fra le mani che scrivono
un foglio scivola dal banco

Fisso quel foglio
fluttuare
inconsapevole

Del peccato originale
che ci rende vulnerabili
a scosse di non-senno

Il foglio atterra piano
beffeggiandosi ignaro
di noi comuni mortali.

Amico tergi-cristallo
m’ipnotizza di gioia
la tua oscillazione
fruttuosa

Pensieri a catinelle
color silenzio
annaffiatemi
inondatemi

Appannatemi il vetro
distraetemi
sfasatemi
tutta

Tanto in pochi istanti
con un micro gesto
l’amico tergicristallo
mi regala la visibilità

Tergicristallo interiore
scosta con forza
le mie ossessioni
liquefatte

Su questo vetro sterile
stuprato, sfruttato
non rimangono
che aloni

Di pioggia evaporata
fantasie calcaree
che si asciugano
al sole.

Tre more
lisce, scure, golose
si fanno assaporare piano

Tre more,
è tutto quel che sento
piene di vitamine blu

Tre more, per un attimo in bilico
fra il mio palmo
e il tuo sorriso.

Mi sveglio presto e scappo
in balia d’una brama felina
che mi rosicchia le costole

Fuori dalla camera d’albergo
un corridorio alieno
un presagio

Disorienta, amplifica
lo spaesamento
emotivo

I biscotti alla reception son spariti
ieri sera mi guardavano ruffiani
protetti dalla campana di vetro

Crollo: è sparita anche
la campana di vetro
non ci sono più certezze né barriere

Forse i miei sensi m’ ingannano
i biscotti ammiccanti, le campane di vetro
un ennesimo scherno del mio immaginario?

Fuori dall’albergo
smembramento
non-appartenenza

Riprendo l’ascensore
frenesia, agitazione, audacia
nel palpito dell’aria condizionata

Mi arrendo
all’agonia della sorte
e rientro tesa in camera.

Biscotto salva-la-vita
impastato
per me
da un’amica affettuosa

Una coccola calda
nel panico
ghiacciato
dell’abbandono

Vorrei,
come Nutella
accomodarmi fra gli estremi biscottosi
di questo bacio di dama

Scivolare nel mio ventre
rattristato di pianto
riportandomi, goloso
un sorriso.

Vorrei imbucarmi
nella tua
lavastoviglie
con eleganza

Mi metterei lì
quatta quatta
e ti osserverei
silenziosa

Facendomi insaponare tutta
dal detersivo del discount
un poco aspro, forse
poi-forte-il-getto-d’acqua-calda

M’inonderebbe

Fra le tue stoviglie
bagnate
forchette amiche
mi terrebbero compagnia

Fra i tuoi coltelli affilati
dolce sarebbe
l’attesa
delle tue labbra.

Salgo sù e guardo la folla:
un mare compatto
di corde vocali
che vibrano

Non-senno
agitazione sotterranea
luci che pulsano sul palco
con la melodia che scava

Alienazione
non-appartenenza
lucidità improvvisa
tra la folla assorta

Non mi è chiaro
se mi do il permesso
di lasciarmi andare
a quello che sento

[nel dubbio, probabilmente no]

Scendo giù
mi inglobo alla folla
mi trasformo anch’io
in corda vocale collettiva

Poi dietro di me
una voce pulita
mi acceca
mi commuove

Una sofferenza sonora
si libera con forza
dalla prigione del torace
e vola nell’abisso collettivo

Trabocco di vita
cosa posso fare?
non posso certo rotolare per terra
né scrivere una poesia sulla tua voce!

Cerco di cristallizzare:
“l’amore rende soli
ma é ben più doloroso
se per nemici e amici non sei più pericoloso”

Ora sento la tua piccola mano fra le orecchie
chiudo gli occhi
non sono niente
tutto si compie da sé

La tua voce pulita
mi si inietta nei muscoli
mi uccide
ma non posso morire.

Caro vecchio nuovo tram
mostro d’acciaio
arancione

Che mi sfrecci
sotto casa
ogni 10 minuti

Mi provochi beffardo
con puntualità
irregolare

Scivoli sulle rotaie
fischi, stridi
lampeggi

Facendomi tremare
il pavimento
e le scarpe

Ti deposito solennemente
nel mio tritacarne
personale

Ah, se solo potesse
ti ridurrebbe
in poltiglia:

Lamiere roventi
vetri infranti
plastica spezzata

Il display frontale
una cozzaglia di sillabe
senza significato

Mi pare quasi di sentire
il tuo urlo elettrico
mentre vieni tritato

duo / gra / to / so / mo / glio /

Così tritato forse la smetteresti
di correre senza di me
al capolinea.

Seguo un disegno strano
che mi porta piacere
sottile vendetta tribale

Mi disegno, strana
nel tragitto di un tram
piccolo delirio privato

Mi guardo attorno
vedo mille occhi immobili
con dentro storie lontane

Ma fra le mille comparse
non riconosco neanche più
il personaggio principale

Ti cerco dal finestrino
delirando con grazia
senza mai trovarti

(dove cazzo sei)

Mi riprendo a stento
tra i miei poichi attimi
d’inchiosto indiscreto

Vorrei un manto di velluto
da mettermi sul pancino
per cancellarmi l’ombelico

Come placare il mio spirito
rimasto intrappolato
sul questo misero tram?

Soffro di vizio capitale
è uno dei sette, il lust
come si dice in italiano?

Trovato: lussuria
che nome strano,
fa rima con anguria!

Bagnata, rosso carne
la sbrani succhiandola
(ma occhio ai semini)

Oh-oh sono infetta
di passione proibita all’anguria
incoscienza tagliente di 4° livello

Un’altra irrequieta
scampagnata onirica
del mio subconscio giocondo

Mi tolgo le scarpe
un ritornello infuria
ombre di note leggere:

Sogno proibito all’anguria.

PERFORMANCE

Sdraiata sul palco
luce soffusa
il mio compito è
svegliarmi
con una musica sottile

Emergere da un sonno
embrionale
per sentirmi attratta
da uno stimolo
fortissimo

Sollevarmi
lentamente
fino ad arrivare
silenziosa
in punta di piedi

cercarediraggiungerelostimolo

Con tutte le mie forze
proiettare
le mie braccia
al cielo
senza mai raggiungerlo

Ma d’un tratto
(a un cenno del regista)
lasciarmi cadere
di schianto
sul pavimento di legno

Sfracellarmi al suolo
senza opporre resistenza
e una volta caduta
sciogliermi
nell’oblio del pavimento

masubitodopoguardaresud’istintosentirel’urgenza

Di rialzarmi
a rallentatore
attratta
dal neon
della tentazione

Alzarsi e ricadere
alzarsi e ricadere
lasciarsi crollare
nel vuoto
una cinque dieci volte in un minuto

Oh che gioia
nel sentire
il suono
della consapevezza
del prossimo schianto

E dopo 50 schianti
purissimi
le mie cosce
iniziano
a tremare

ilregistadice:avvicinatialtuoalteregodell’inferno!

Il mio alter ego
dell’inferno
è la seconda attrice
segue una coreografia parallela
nel buio più nero

L’attrice è una vecchietta
dai capelli
bianchissimi
mi avvicino tremando
al suo corpo immobile

Mi lascio tentare
dalle sue manette
invisibili
la tensione mi scortica
lo sguardo

Non la vedo – ma lo so
ci dev’esser l’altra dietro
è la terza, l’alter ego del paradiso
se voglio posso finire la scena
tra le sue spalle ben illuminate

Sta a me scegliere
se cadere o rialzarmi
per il climax finale
sono in un limbo e la musica sta per finire
neanche i muscoli sanno cosa fare…

La forza di gravità
li risucchia
verso l’inferno
vecchio
e bianco

Ma all’ultimo momento
una lacrima
di energia
mi riporta
alla luce

Esausta
radiosa
piango immobile
mentre il pubblico
applaude.

Russia
silenzio
una danza di dolore

Riprendo Il Gabbiano
domani ho la prima
devo essere Nina, dentro

M’inventerò qualcosa
ormai il testo è scritto
l’azione segue da sé:

Tombe ortodosse
Nina impazzisce
violoncello che scava

Sarebbe tutto più semplice
senza emicranie
e con un diaframma in più

Il mio alluce spaventato
mi pugnala
nel cuore della notte

Chissà forse

Non sopporto più
la mia stessa
Indole.

In un teatro gremito
che applaude,
applaudo.

Poi, di colpo
interrompo
mi ascolto le mani:

Tendo l’orecchio e scopro
che le mie mani emettono
ultrasuoni fuchsia appuntiti

Dall’applaudir con foga
i miei palmi vibrano
un fremito muto.

Ah! s’ io potessi
aspirar d’ogni battito altrui
un granello di gioia

– uno, e uno solo-

Questo mi rotolerebbe
fra le coscie
addolorate

Facendomi vibrare
come il palmo,
l’anima.

BEING MYSELF

Vedo la mia vita come una torre antica
di uno splendido paese dell’Est
dal fascino tardo-medievale
che intriga passanti e suore di clausura

Nascosta in una piazza laterale
lontana dal centro,
che i turisti non vedono
o che scelgono di non vedere

Una torre fatta di mattoni
rossastri, piuttosto scuri
ma all’interno colori sgargianti,
oro e turchese per decorarne lo spazio

Ogni giorno è un nuovo mattone
che si aggiunge per dar vita
a questa torre antica
che cela tesori e misteri esitenziali

Sono i mattoni esterni, come una corazza
a proteggere i tesori interiori
e se ogni mattone è un nuovo giorno
ogni giorno è una mia scelta

Oggi è il mattone numero 9.680
ecco per quanti giorni sono stata viva
ho respirato ossigeno e musica
ho cercato di capirci qualcosa

In 9.680 giorni ho imparato a gattonare, a camminare,
a saltellare, a correre e a prendere l’aereo
le mie ginocchia hanno conosciuto il colore
di terre lontane e acque vicinissime

9.680 mattoni
ma il mattone di oggi è bacato
qualcuno non ha mischiato bene il cemento,
o forse c’è un verme che ci dorme dentro

Quatto quatto,
aveva freddo
e si è accomodato dentro
senza fare complimenti.

Sgancio la catena, sollevo la bici
mi rimane in mano
il coperchio del campanello

Disarmato, inerme
il coperchio rivela
un ospite inatteso:

Un ragnetto
striminzito, sciupato
che alloggiava nel campanello

Oh ragnetto
morto stecchito
insofferente quasi

Chissà che morte strana,
ti ho assordato a scampanellate,
i miei drin drin t’han traforato i timpani

(Ma i ragni hanno i timpani?
A quanto pare le gambe pelose
contengono gli organi dell’udito)

Che cos’avrà sentito, costui
così innocuo, sciupato
diabetico quasi

S’era fatto una casetta
nel campanello di una bici da passeggio
era trendy, ma non ne volano troppe di mosche…

M’è venuto in mente il mio ego,
pieno di rabbia bianca,
di tristezza candita

Ego-ragno: al posto di tessere ragnatele
bellissime e intrigate
nella mia mente

Dovresti – potresti, oso,
trasferirti nel campanello della mia bici,
che c’è posto, ora è libero!

E io drin drin
ti stordirei a morte
ogni volta che mi fai i dispetti

Mi rammenti del mio lutto fluorescente
delle gocce di calcare nel petto
dei cristalli frantumati in gola

Drin drin, ego-ragno,
ti stendo a scampanellate
mentre sorrido in via Conchetta.

Ode alle amiche muse
che in ogni dove mi salvano
dallo scompenso e dal gelo

Oh muse silenziose
stasera ho un’amarezza
che mi soffoca gli occhi

Cullate con semplicitá
i miei pianti inespressi
e trasformateli in briciole

Ecco. sbriciolatemi pure
e gettatemi dal balcone
di qualche palazzina

Meticolosamente
polverizzatemi il diaframma
o scioglietemi nella darsena

Vi do il permesso
di trasformarmi
in chili di briciole

Mi ci vedo in un sacchettino modesto
presa a manciatine da un vecchietto
per saziare un passerotto saltellante.

Onde violente
buie, spettrali
oscillano
nella nebbia del lago

Bellissima acqua
ma se ci cadi dentro
ti risucchia
in un freddo melmoso

Guardando all’orizzonte
è poesia la nebbia
che incornicia bianca
i bordi del lago

Vorrei dare
a questa nebbia lagosa
un nome più poetico: chiamiamola foschia
è sempre nebbia, ma più sofisticata

Ora il lago si è calmato
ma i bambini
sul battello
si agitano ancora

Sentono l’arrivo di qualcosa
nessuno sa cosa
forse per loro quest’acqua
è troppo scura.

Prima di uscire
mia nonna mi dice
“mettiti carina ca ti vogliu vedere nu pennellu”

nu pennellu:
ben curata
come piace alla nonna

mi guardo seduta
nel vestito a pois
in metropolitana

nonna,
mi spiace deluderti
non saró mai ‘nu pennellu’:

ho i ricci in disordine
la pelle in disordine
la valigia in disordine

le idee in disordine
il fegato in disordine
gli istinti in disordine

i sensi in disordine
gli amici in disordine
la tesi in disordine

ho sbagliato fermata: corro
i pois del vestito si sfregano
in disordine.

Ho perso tutte le coincidenze
mi sono incazzata tantissimo
cresce il mio bisogno di lago

sono buffa quando m’incazzo
strizzo gli occhi e agisco, fumante
una specie di orgasmo all’inverso

se non vi dispiace
faccio un po’ come cazzo voglio
ho sempre fatto come cazzo voglio

come cosa quando
e dove ho voluto
e ora voglio solo sprofondare nel mio lago

non venitemi a cercare
la mia assuefazione
gorgheggia

le onde del lago sono scure
scure
scure

settimo giorno a milano:
fanculo
a tutti

strozzerei la fata turchina
e la darei in pasto

Una caffettiera orgogliosa
mi fissa piano
e io quasi mi rifletto in lei

Menta verdissima
il tuo odore mi punzecchia
mi risveglia le narici spente

Fuori, note scure
una chitarra acustica
mi scortica la schiena.

48 ore in picchiata
per un weekend attento
ricco di inquadrature sfuocate:

balli solitari
feste in campagna
masse di estranei alterati

fantasmi del passato
domande fondamentali
sulle autostrade notturne

un’ora di franchezza
dopo anni di moine
e sorrisi forzati

sincera
spietata forse
ma finalmente me stessa

anche i tarocchi lo dicono
oscillo
ritrovando il mio lato ombra

è una sensazione strana
come un filo interdentale
fra lo stomaco e il cuore

Un’orchidea
mi fissa
indecente
velenosa

Troneggia
dal suo vaso
mi sbeffeggia
spavalda

Mentre la guardo
mi trovo immersa
nel mio labirinto
esistenziale

Labirinto
di idee
supposizioni
vite parallele

Cammino
a piedi nudi
tendendo l’orecchio
per capire dove andare

Rimbombano
canti di sirene
vecchi sclerati
risate sguaiate

ma oggi nel mio labirinto
noto un sentiero
silenzioso
inesplorato

lo seguo?
lo seguo.
e forse
mi perderò

Alas, sono così prevedibile
che le mie idiozie
pagherebbero oro
per riuscire a stupirmi

Mi appello
alla mia incoscienza
e ai miei sensi di colpa
fantasma

Così me ne vado cheta
seguendo un abbaglio
che mi commuove
piano.

Sono ammiccanti
le tue illusioni in scatola
ma anche troppo insipide

Il tuo brillare stonato
non m’ipnotizza più
voglio sentirmi sola

Che gioia!
per nessun ricciolo
al mondo

Ti calerai
ancora
nei miei timpani stanchi

Ora che nuove percussioni
scandiscono il ritmo
dei miei balli solitari

Il tuo castello di sabbia
dalle pareti spoglie
si è frantumato di schianto

Oggi mi hai fatto capire
che il mio destino rimane
sorridere sola.

Camaleonte stanco
senza ispirazione
ti senti perduto

Assordato, ipnotizzato
da troppe versioni
di te stesso

Ti tormenta
il non-agire
il non-potere

Il sentirti vuoto
in questa casa
troppo silenziosa

I tuoi reni piangono
si bemolle lontani
che non vuoi ascoltare.

Oscillo,
composta
come l’amico pendolo

Vacillo,
composta
nella mia oscillazione casta

Mi sballo,
composta
inseguendo una risposta

Cambiando tendenza
casa, idea e
pendenza

Penzolo
dal pendolo
vivo la vita a zonzolo

Oscillo
composta,
senza capirci niente

Ma fiera d’oscillare
piena zeppa
di vita.

Mi nascondo nei pochi ronzii amici
silenzio piovoso della stazione centrale
rotaie che cantano il rumore del tram

Pop corn in attesa nel microonde
solo voi mi aiuterete a emergere
da questa depressione oliosa

Oh pop corn in scatola senza sale
stasera mi sento come una di voi
chicco di mais che gira in un forno

Si accinge ad esplodere, insipido
piccolo suicida a 360 gradi
ignaro chicco incosciente

Impassibile, rotea sul vassoio
frastornato da un ronzio amico
abbagliato da una lampadina

Perché a volte mi cancello dall’anagrafe interiore?

Lascio che una lampadina
mi accechi più di 1000 soli
mi perdo di vista in un forno?

Disse un vecchio saggio
il tuo problema o è una montagna
o è un mucchietto di terra scavato dalla talpa

E se la talpa la smettesse
di scavarmi montagnette dentro
s’imbucasse in un microonde, e via?

Tantissimo.
dall’anno scorso
son cambiata tantissimo.

Suonato tantissimo
pianto tantissimo
cantato tantissimo.

Ho amato tantissimo
riso tantissimo
guidato tantissimo.

Ho vissuto tantissimo
osato tantissimo
creduto tantissimo.

Ho sciolto le catene
ho abbandonato tutto
per ritrovare me stessa

Ma ritrovandomi
mi sono persa
(tantissimo)

Mi son cercata,
senza più trovarmi
tra le mie tantissime azioni;

Non mi trovavo più
perché guardavo
nel posto sbagliato:

mi cercavo sotto il letto
quando ero nascosta
dentro un mio sorriso.

Strada affollata
ora di punta
nevrosi pubblica

Due bambini algerini
si guardano sfasati
in mezzo alla gente

Fratelli, amici forse?
5 o 6 anni appena
occhi vigili e inquieti

Poi d’un tratto, d’istinto,
si prendono per mano
e non hanno più paura

Scendono le scale del metro
inseguendo i genitori
sfuggenti

Io mi fermo
li guardo
e sorrido

E mi dico, ma allora…
se questo mi ha commossa
anche solo per un attimo

Anche nella Milano grigia
circondata dall’indifferenza
sono forse ancora viva?

INCIDENTI

Capillari a mille
pneumatici liquidi
occhi sgranati

Doppio testacoda
in autostrada
i polmoni ci sono ancora?

Enzimi scioccati
freno a mano invisibile
respiro pieno di spigoli

Asfalto come ghiaccio
e io pattinatrice russa
che piroettava posata

Col costume che brilla
ad alta velocità
sola, silenziosa.

Passi.

La curiosità prevale sullo sdegno
e mi spinge in avanti
verso la camera da letto
un insolito silenzio.

La penombra non nasconde
il rumore della doccia
che scroscia,
assassina.

Passi.

Slitta la porta del bagno
sono io ad averla aperta?
Mi si spalanca con la porta
anche l’esofago.

Mi s’inonda l’anima
d’acqua calcarea
e rimango in apnea
per litri di secondi:

Gocce di calcare
che grondate
sui questi corpi vogliosi
e sui miei occhi sgomenti

Gocce beffarde,
Affogatemi, or ora
pietrificatemi, annientatemi
anzi, calcarizzatemi

Gocce colpevoli
che vi staccate ignare
dal soffione della doccia
lasciando le mie guance dilaniate

Quando il calcare si forma
lascia un alone, dicono
che non si toglie da solo
che si solidifica – e inquina.

Passi.

Infine liberata
da questo strato calcareo
che mi incrostava gli occhi, il petto, l’anima
faccio inversione

lascio il marito e l’amante
al calcare sotto la doccia
e corro verso una nuova vita.

M’istillo
tre gocce
nell’occhio

In aereo
sopra un filo di nuvole
abbaglianti e compatte

Ma, ahimè,
non era collirio
bensì un acido sterilizzante

L’occhio mi prende fuoco
con foga
puntuale

Il dolore si fa insostenibile
mi si oscurano la pazienza
l’estro e l’orgoglio

Contemplo l’opzione cecità
mentre ripenso alla mia vita
nella toilette di questo aereo

Qui i personaggi sono due:
L’ACIDO – che si è spacciato per collirio
e IL FATO CRUDELE – che mi ha ingannata

ACIDO
narcisista sputa-sentenze
m’han ferita i tuoi spropositi corrosivi

FATO CRUDELE
antagonista beffardo
m’hai grattato – nuovamente – le pupille

Sospesa nel vuoto
del cielo delle Azzorre
mi rivolgo a Voi, buffoni

ACIDO e FATO CRUDELE:

Burlatevi pure di me
ustionatemi, straziatemi
scempiatemi gli occhi a beccate

Ma sia chiaro
io non mi arrendo certo
alla vostra insolenza accidentale.

Mille gocce di shock
liquido, inaspettato
è secca la sorpresa
post-champagne.

Assassino frizzante
m’attendevi muto
dopo l’ultimo regalo
nella borsa omaggio

La tua vendetta
subdola, metallica
s’insidia a macchia
fra la gola e il fegato

Ora i miei polmoni
offesi di rosso
vogliono solo
avvelenarsi piano

Prevedo
urla soffocate
sapientemente custodite
nel mio miglior esofago

Questi regalucci
patetici, arroganti
mi sbeffeggiano a tal punto
da iniziar lo sciopero della sete

La bottiglia di champagne
si presterebbe a puntino
come souvenir
nella mia bara.

Inchiostro blu
t’osservo crescere
con cura imparziale
sui fogli dell’avvocato:

T’espandi in vocali, consonanti
preposizioni verbi sostantivi e molte
(molte)
cifre.

Sottolineature.
Quasi nessun aggettivo.
Virgole. Punti. Elenchi. Punti.
Indirizzi. Elenchi. Date.

TUTTO.

L’avvocato trascrive tutto
dal duemilauno al duemilaquattordici
s’inchiostra tutto il mio tutto
sul suo quaderno.

Pagine su pagine su pagine
che riempi
imparziale
inchiostro cane

Io basita osservo tredici anni della mia vita
estrapolati dalla mia quotidianità
stesi, sintetizzati, pinnati
sul quadernetto dell’avvocato

Litri di pigmenti viscerali
mi trovate immobile
scossa
beffeggiata da una penna a sfera

Pur sempre custode
fra le mie ossa
e quest’inchiostro
della mia Dignità.

Emergenza
alluvione
allarmismo

Supermercati bagnati di panico
ci hanno rubato i sacchi di sabbia
nessuna candela rimasta

Questa pioggia non si arrende mai
allagandoci
beffarda

Mi sono allagata anch’io
di noia tropicale
umida come la mia pelle.

Scavavo buche nel terriccio
di una pianta nel cortile
ascoltandoti,
pugnale

Ravanavo
col legnetto
mentre tu m’avvelenavi
della tua finta premura

Infilzavo legni nella terra
umida, ingenua
masticando
umiliazione

M’iniettavi
la tua calma nera,
aspra, sudicia, pacata
veleno, nella quiete del cortile

Poi a breve lasciai la pianta
il legnetto, il cortile ombroso
vuoto angosciante negli occhi
s’ espandeva come inchiostro liberato

Adesso
di quel veleno non rimane
che un retrogusto amaro
per qualche lombrico suicida

Un arbusto taciturno
una risata che rimbomba
senza senso,
nella quiete del cortile.

POWER STRUGGLES

Campana del vetro
ti devo un elogio
per le mie tante bottiglie
che hai sentito esplodere

Io che venni a piangere da te
il primo giorno che scoprii del Plagio
con ogni bottiglia che buttavo
implodevo di collera e bile

Tu le accogliesti con contegno
sentendole frantumarsi
con un tonfo acuto
nelle tue viscere di vetro

Divenne poi un rito
– il mio rituale
ritornare a te
esorcizzando il dolore forse

Cercare sollievo
nel vetro che esplodeva
ascoltando attenta
il tuo strazio imparziale

L’ossido di silicio
(il vetro)
è un liquido cristallizzato
dalla struttura disordinata

Trasformatosi in bottiglia
pare essere ordinato
fino a quando, vuoto,
esplode

Le mie lacrime
cristallizzate
liberavano la loro forma
nelle tue viscere taglienti

Campana del vetro
suonavi per me
mio santuario verde
nella tua distruzione, il mio coraggio.

Quarta di copertina
impertinente
parole mie
firmate da altri

Un copia/incolla al cianuro
plagio doloso
appiccato col sorriso
per bruciarmi l’esofago

Pietra focaia
il mio stesso operato
tocchi di diavolina
i miei incoraggiamenti
Opportunismo
altamente infiammabile
travestito da ingenuità
indifferenza e inganno

Io derisa, sbeffeggiata
a compilare pagine di liste
una lente d’ingrandimento
sulle mie stesse parole violate

Ognuno che dice la sua:
gli amici, il cugino, i colleghi
gli avvocati, la psicologa
e le mie analisi del sangue

Stravolta da nervi e rabbia
mi reco in un palazzo seicentesco
a negoziare la mia verità
fra bassorilievi di bugie

Plagio doloso,
dopo diciotto mesi
finiva tutto in un accordo fra le parti
bruciato nelle mie fiamme domestiche.

Entro in classe a brandelli
trascinando la voce
sulla cattedra

Azzannata
dai molari rabbiosi
di una gheparda stizzita

Sanguino leggerezza
da tutti i pori
ma non trovo cerotti

Per tamponare l’ansia
farò appello
alla mia vestaglia interiore

Ve-s-taglia interiore
armatura domestica
ovattata di charme

Ti prendo in prestito
dal mio immaginario
per un cambio di costume

Ve-s-taglia interiore
sorella quotidiana
riportami alla semplicità

Corazzami
Abbracciami le scapole
col tuo nero manto spugnoso

Arriva il cambio dell’ora
esco dalla mia aula
forte di velluto interiore

Mi stringo la cintura alla vita
trovo nella classe accanto
il felino che ringhia esami orali

Scelgo di non entrare
nella sua gabbia bianca
saluto gli studenti impauriti

Morbida
di vestaglia
sfreccio via.

 

 

MOTHERHOOD

Aria d’aeroporto
attendo in fila
alla dogana

L’uomo in divisa
dal suo gabbiotto
mi scruta

È-sua-figlia?

Tre parole
secche, dure
inespugnabili

Si uniscono
in una frase minima
nei miei timpani increduli

È-sua-figlia?

Mi perquisiscono la coscienza
alla frontiera
della mia maternità

Rito di passaggio
invisibile
assordante

È-sua-figlia?

Sento una voce fuori campo
(la mia?)
incalzare la conferma

Offro un semplice sí
avverbio di affermazione
nudo condottiero di lacrime

Intanto il poliziotto di frontiera
ignaro della mia implosione
anagrafica

Sfoglia il passaporto
dell’infante fra le mie braccia
con un’indifferenza attenta

Come posso spiegarLe
l’immensità della risposta
di un enigma di tale portata?

Stringo il mio cubetto
morso dalla cigogna
e oltrepasso il confine.

Due tacche
pugni di porpora
su sfondo bianco

La prima è la tacca di controllo
scontata, di circostanza
inespugnabile

la seconda si scaglia
facendosi beffa
del mio diniego

Forte e chiara
urla
la seconda tacca

Spavalda
nella sua finestrella
del test di gravidanza

Esplosione immobile
ben incasellata
nella striscia reattiva

Vi fissano increduli
quattro occhi lucidi
raggomitolati in una brandina

Intanto
tre millimetri di mistero
un cubetto morso dalla cicogna

già s’insediava nel mio grembo.

Fabien Delaube_Seliah